Perché Di Maio insulta i cronisti del fango su Raggi in vece dell’infangatore?

Il fatto non costituisce reato, ha detto la sentenza che ha assolto il sindaco di Roma.
Ciò implica tecnicamente che il fatto fu, ma che gli mancò qualcosa per costituire reato. E, secondo cronache, gli sarebbe mancata la coscienza e la volontà, nell’autore, di mentire, sarebbe mancato “il dolo”.
Ma quale fatto, di reato, sarebbe stato?
Quello di falsità ideologica in atto pubblico commessa da pubblico ufficiale, di cui all’art 479 cod pen..
Che si ha quando il p.u., munito del potere (art. 2699 cod. civ.) appositamente conferitogli dalla legge (ed esercitabile anche a richiesta di parte, come il notaio che sia chiamato a raccogliere un testamento od una vendita), attestando per dargli pubblica fede (dinanzi alla collettività) che ha fatto qualcosa (si è recato nella abitazione del testatore), ha ricevuto qualcosa (la dichiarazione del testatore), ha constatato qualcosa (che il testatore giaceva nel suo letto affaticato ma lucido ed in grado di esprimersi), che in sua presenza è avvenuto qualcosa (sono comparsi parenti del testatore offrentisi a testimoni); che ciò è accaduto in precisi ora mese giorno anno e luogo:
(quando il p.u., dicevasi,ciò riferendo)attesti il falso (come si vede negli esempi, il rapporto tra attestazione e fatto è organico, non ha margini di sorta, affinché, messo eventualmente a confronto con la realtà esterna, sia possibile dirne se è vero o falso).
Allora e solo allora si ha falsità ideologica del pubblico ufficiale in atto pubblico.
D’altronde è chiarissimo in tal senso l’art 479 cp:
Il pubblico ufficiale che ricevendo o formando un atto nell’esercizio delle sue funzioni, attesta falsamente che un fatto è stato da lui compiuto o è avvenuto alla sua presenza, o attesta come da lui ricevute dichiarazioni a lui non rese, ovvero omette o altera dichiarazioni da lui ricevute, o comunque attesta falsamente fatti dei quali l’atto è destinato a provare la verità, è punito…
Senonché, sempre per cronache:
– Raggi, pubblico ufficiale quale sindaco di Roma e così stipulante un contratto per la dirigenza comunale;
– in occasione del controllo preventivo di legittimità del contratto da Anac (autoiritanazionaleanticorruzione) invitata a darne informazioni (nella qualità di contraente ripetesi) presentando una “memoria” ;
– ne avrebbe dato di “non veritiere” (si riporta la dizione in tema usata dall’art 213 Codice Anac) .
Ora:
già la “memoria” nei suoi termini, discrezionalmente narrativi o ipotetici o condizionali valutativi (termini per ciò non giudicabili come veri o falsi, al raffronto immediato con la realtà esterna) è informativa, non attestativa.
Comunque:
– se è un documento soggettivamente pubblico non è certo un atto pubblico (che manifesta e determina la volontà funzionale del pubblico ufficiale);
– se contiene una informazione non contiene una attestazione;
– se è interna a procedimento amministrativo, da questo provocata e in funzione di questo emessa, non è atto pubblico attestativo invece esterno ad ogni procedimento che non sia il proprio :
perché indipendentemente veritativo, tale rispetto alla funzione pubblica assegnatagli in art 2699 cc, 479 cp, e col valore probatorio erga omnes di cui a queste disposizioni;
– se il suo redattore era un pubblico ufficiale, non lo era quale attestatore pubblico ma quale contraente pubblico chiamato a dare conto del contratto;
– d’altronde la memoria ciò faceva esplicitamente: il ruolo di R. Marra fu «di mera pedissequa esecuzione delle determinazioni da me assunte, senza alcuna partecipazione alle fasi istruttorie, di valutazione e decisionali»;
– essa diceva esclusivamente di posizioni interne al pubblico ufficiale, non di fatti (o atti) a lui esterni (oggetto esclusivo della “attestazione”). Tanto che la smentita, la prova della falsità, il magistrato requirente la affiderà ad un argomento indiziario, non alla rappresentazione della verità fattuale: (sempre secondo cronache) “se la sindaca avesse detto la verità riconoscendo che Raffaele Marra aveva ricoperto un ruolo decisivo nella scelta del fratello, l’apertura di un procedimento penale a suo carico sarebbe stata assai probabile. E lei era consapevole che in casi di iscrizione a modello 21 (ovvero come indagata) avrebbe rischiato di perdere il posto perché era quanto prevedeva il “Codice Etico”. E’ questo il movente della sua bugia”.
Ed un altro magistrato in veste di testimone della accusa: “Sicuramente Marra ha avuto un’influenza nel nominare il fratello Renato alla Direzione di turismo, la sua di certo non era una mera attività compilativa” (in proposito: a parte che uninfluenza” sarebbe posizione interiore del p.u. : essa è attestabile positivamente o negativamente?).
Quindi:
non vi fu falsità ideologica del pubblico ufficiale (quale inverso esatto della verità certa).
Se qualcosa di “non veritiero” fosse stato emesso, manteneva la rilevanza nell’ambito del procedimento Anac il cui Codice, peraltro, per prevenirla, la sanziona con ammende (art 213), senza mai richiamare il codice penale (benché è uso che sia fatto ove sia voluto).
E a proposito:
è per ciò che la difesa del Sindaco, sempre stando alle cronache, avrebbe sollecitato la assoluzione “perché il fatto non sussiste”?
E’ più probabile che lo abbia fatto escludendo la falsità del contenuto della memoria. Altrimenti, visto quanto sopra, avrebbe sollecitato assoluzione perché il fatto non è previsto dalla legge come reato (veridica o no la memoria, ciò la legge non lo considera reato).
Ma così stando le cose, il dr Ielo (zelante paggio di Di Pietro anni addietro in Mani Pulite) non avrebbe dovuto accusare Raggi di falsità ideologica in atto pubblico.
Gli va comunque riconosciuto che la imperizia della giurisprudenza in materia di delitti contro la fede pubblica, talora involontaria, talaltra diretta ad altro fine che la retta interpretazione della legge (come quando un reato di falso a minor pena e minor tempo di prescrizione è rimpiazzato da altro a maggior pena e maggior tempo di prescrizione) ha raggiunto livelli da “emergenza democratica” (di sua mano sono stati distrutti funzione e ruolo dell’atto pubblico fidefacente e del suo attore: nuclei della certezza del traffico giuridico).
Ciò gli va riconosciuto pur se non gli fosse perdonato che, sempre per cronache, in requisitoria avrebbe detto di disporre “di una messa di prove a carico”. Messa o messe?
E se questo è stato, perché Di Maio ha voluto insultare tanto cocentemente il giornalismo da dare dello sciacallo a se stesso (dicono sia giornalista), piuttosto che insultare il dr Ielo (questo rilievo lo ha fatto perfino E. Macaluso)?
Domanda retorica ….

Sfregiato e beffato il “bronzo di Riace”. Ma disapplicata una norma.

1. Lo splendore anatomico dei Bronzi di Riace pare essere stato profezia e metafora dello splendore sociale del sindaco di Riace, colui che mostrò che l’ “aiuto a casa loro”, dei fuggitivi dal male politico (assoluto) del quale gli oppressori cosparsero le loro terre, poteva darsi “a casa nostra”, calando fra le due “case” scambi culturali vicendevoli. E in tale splendore, Lucano (“luce dell’alba”, d’altronde) ha cesellato l’opera più fine, la retroversione della parola penale “favoreggiamento”, dell’ “immigrazione clandestina”, in quella civica di “favore”.
Una inversione che riportasse al passato. Se non a quello della “monarchia fascista” (della legge “di pubblica sicurezza” dell’anno 1931) che, invero, ignorava il termine, e tanto meno lo rendeva reato, almeno a quello della legge (n.943/1986) della “repubblica” che, deliberatamente, istituì e regolò, assai stimandolo, l’apporto socioeconomico dei cittadini di altri Stati, degli stranieri extracomunitari, a questo Stato. Irrigidendosi appena con chi compi(sse), in violazione della legge, attività di intermediazione di movimenti illeciti o comunque clandestini di lavoratori migranti… o impieg(asse) lavoratori immigrati extracomunitari in condizioni illegali al fine di sfruttamento (punendoli con la reclusione da uno a cinque anni. E punendo il datore di lavoro che occupasse alle sue dipendenze lavoratori immigrati extracomunitari sprovvisti della prevista autorizzazione al lavoro, con un’ammenda da lire 500 mila a lire 2 milioni e, nei casi più gravi, con l’arresto da tre mesi ad un anno). E disinteressandosi di altri atti, in favore della immigrazione.
O che, se non a quello, riportasse al passato della legge “Martelli”, che, favorendo l’immigrazione al pari della precedente, ritenendone il valore di scambio culturale, dopo quello del soccorso del bisognoso o dell’asilo del fuggitivo o del rifugio del perseguitato, tuttavia colpì anche “attività dirette a favorire l’ingresso degli stranieri…”).
Nondimeno facendolo con leggerezza (art 3 comma 8 L. n. 39/1990: pena fino a due anni di reclusione, fino a sei se, in vario modo, aggravata).
1.1 L’atmosfera incupì pesantemente all’avvento di un imprenditore vorace, di caterve di suoi seguaci, di loro capziose propagande per inconscio e conscio popolari. Giunto apposta per condurre al potere legislativo e governativo, oltre sé stesso (impasto di interessi materiali), il neofascismo finiano ed il neorazzismo (esterno e interno…) bossiano.
Due concezioni del mondo eliminative con la forza, anziché intermediative con la ragione, del sociopoliticamente non concorde o discorde o avverso. La seconda protesa fino al diverso per razza o altro distintivo.
1.2 Esse esordiscono col “Decreto Dini” (D.L. 18 nov 1995: dal nome di un membro del nuovo potere politico), che, sia pure per soli sessanta giorni (entro i quali non fu convertito in legge dal Parlamento), interpolando la legge Martelli, istituì (art 7 ss):
espulsione come misura di sicurezza; espulsione come misura di prevenzione; espulsione a richiesta di parte; espulsione per motivi di sicurezza; provvedimento amministrativo di espulsione.
Insomma, un apparato giuspoliziesco di espulsione dello straniero (che è rinviato allo Stato di appartenenza, ovvero, quando ciò non sia possibile, allo Stato di provenienza, salvo che, a sua richiesta…), che marca subito la tendenza alla inversione della filoxenia (amicizia allo straniero) in misoxenia (inimicizia ad esso).
Fino alla sevizia della persona. E di fatti, lo straniero trattenuto in attesa di ammissione o di espulsione, che si allontani “dall’edificio o dalla struttura” che lo contengono è punito con la reclusione fino ad un anno. E lo straniero che essendo stato espulso fa rientro nel territorio dello Stato o vi si trattiene senza autorizzazione è punito con la reclusione dai sei mesi a tre anni.
Insomma l’essere straniero (extracomunitario ma della specie degli ultimi o degli oppressi) nel territorio dello Stato è passibile dell’afflizione corporale carceraria.
Ciò ne mostra la nuova visione ufficiale, e quella popolare al seguito.
1.3 L’assetto sociale e culturale sarà così fortemente inciso da quell’approccio, che la spinta sarà agevolata e potenziata da politici di (apparente) opposta ispirazione, quelli della legge “Turco-Napolitano”.
Che, perseguito il favoreggiamento non solo dell’ingresso, ma anche della permanenza, dello straniero, nel territorio dello Stato e ricopertolo, (quasi esclusivamente) nella persona del cittadino dello Stato, di carcere fino a dodici anni, di arresti perquisizioni sequestri intercettazioni interrogatori; di vituperi dei suoi diritti e doveri costituzionali di solidarietà sociale (art 2 cost.) e di rispetto dello straniero (art. 10 cost); pervertiti rifugi e asili in centri di detenzione (eufemizzati: “centri di permanenza temporanea”) di incolpevoli di qualunque reato, di innocenti a priori: riattualizzerà puntigliosamente la persecuzione penale dello straniero scaduta, quella del “Decreto Dini”.
E’ il 1998, è la legge n. 40 ed D.Lgs n. 286. E “la sinistra”, in via di principio antifascista e antirazzista, in via di prassi coltre mimetica di neofascismo e neorazzismo (in materia, ma non solo). Lo straniero extracomunitario non più hospes(amico) ma hostis(nemico) esterno alle porte, ne è respinto. E chiunque al di qua ne agevoli l’avvicinamento o l’ingresso o la permanenza , è nemico interno che la repubblica (“antifascista”) persegue brutalmente. Con ciò, lo “statale” disprezzo dello straniero tiene in simbiosi il disprezzo del cittadino (o di chiunque altro lo imitasse). Insieme al ferimento letale dell’uno e dell’altro. Insieme al misconoscimento dell’umanità dell’uno e dell’altro.
1.4 Tanta degenerazione nazionalistica, neorazzista, tanta demonizzazione della minima ombra d’intesa fra cittadino e straniero sul “patrio suol”, fatalmente concepirà ed istituirà un fronte più avanzato.
Da un lato, la caccia al migrante in (sospetto) avvicinamento via mare. Ovunque sia, anche in acque non territoriali, la nave italiana in servizio di polizia (come quella della Marina militare), che incontri… una nave, di cui si ha fondato motivo di ritenere che sia adibita o coinvolta nel trasporto illecito di migranti, può fermarla, sottoporla ad ispezione e, se vengono rinvenuti elementi che confermino il coinvolgimento della nave in un traffico di migranti, sequestrarla conducendo la stessa in un porto dello Stato.(art. 9 bis L. n. 189/2002): nave che batta la bandiera nazionale o anche quella di altro Stato, ovvero si tratti di una nave senza bandiera o con bandiera di convenienza.
Da altro lato il respingimento del cacciato, da acque extraterritoriali al paese di origine in base ad accordi bilaterali fra Italia e altri paesi, ad esempio quello con la Libia di Gheddafi nel gennaio 2009 (per evitare che i barconi attracchino al suolo italiano l’identificazione degli aventi diritto all’asilo o altro avviene in mare, sommariamente, col rischio di respingimenti alla cieca in violazione dei diritti del richiedente….);
1.5 Fra i due lati, la tensione smaniosa alla trasformazione dell’immigrato in reato (colui che, espulso dal territorio dello Stato… vi rientri è punito con l’arresto da sei mesi ad un anno. E nel caso di espulsione disposta dal giudice, è punito con la reclusione da uno a quattro anni. Colui che si trattenga nel territorio dello Stato in violazione dell’ordine impartito dal questore…. è punito con l’arresto da sei mesi ad un anno. Lo straniero riespulso che sia trovato nel territorio dello Stato è punito con la reclusione da uno a quattro anni.
Peraltro, è per lui preparata “la costruzione di nuovi centri di permanenza temporanea e assistenza…” e gli sono imposti “rilievi dattiloscopici” (prelievo di impronte digitali” e loro registrazione) alla prima apparizione nel territorio, immobile o mobile (navi aerei etc) dello Stato.
1.5.1 E’ la legge Bossi-Fini (secondo Governo Berlusconi), che fermando l’immigrazione fin da luoghi non statali, rigettandola nei paesi d’origine affinché torni ai mali assoluti dai quali fuggiva; reificando (trasformando in cosa ed in reo ad un tempo, si noti la congiuntura semantica) il migrante che si ostini a fuggire; perpetrando la più profonda degradazione socioeticopolitica dell’essere umano:
ben occulta (strategicamente) l’abiezione dei due promotori (qualche anno dopo saranno colti, il primo, ad appropriarsi fraudolentemente del fondo elettorale parlamentare; il secondo a mercanteggiare la propria funzione legislativa con un tenutario di giochi d’azzardo).
1.6 Tale depravazione culturale non potrà che condurre all’estremismo persecutorio della legge n. 94/2009 “Maroni-Alfano” (terzo Governo Berlusconi), che esasperasse la reificazione del migrante:
fin dal primo ingresso nel territorio dello Stato, il suo corpo è reo, è “corpo del reato”; entro esso non c’è umanità ma reità.
1.6.1 Da tanto abominio penalistico si era ritratta perfino la taterschuld(la colpa d’autore) della strafrecht (il diritto penale) hitleriano (essa di fatti pretese che l’essere umano fosse reo in quanto autore morale, oltre che materiale, di sé). E’ introdotto il reato di clandestinità: ogni straniero irregolarmente presente in Italia rischia una pena detentiva anche da uno a cinque anni. Inoltre, l’essere clandestino aggrava la pena dei reati che commettesse, ed aggrava le pene (già micidiali) di coloro che ne favorissero l’ingresso o la permanenza. I Centri di Permanenza Temporanea (CPT) sono rinominati Centri di Identificazione e Espulsione (CIE). L’evoluzione giuridica è nel fatto che, stavolta, detengono rei.
Insomma
1.7 Lo xenocidio in spoglia giudiziaria col civicidio (del cittadino che lo avesse minimamente ostacolato), sono compiuti: ma quali “crimini contro l’umanità”.
2. Ebbene, questo orroterrore legislativo di grandezza siderale, toccante vertigini di leggi razziali da Shoah e da Pogrom, ha accerchiato Riace, la sua comunità multietnica, la sapienza combinatoria, umanitaria e civica, del suo sindaco.
E così un membro della magistratura, intercettato, in Riace, un matrimonio favoreggiatore della permanenza in Italia di una immigrata (prima che si perdesse fra marciapiedi e alcove d’albergo), chiede ad un suo collega l’arresto del celebrante, il sindaco, e lo ottiene.
Ineccepibilmente, dinanzi alle disposizioni penali sul favoreggiamento dell’immigrazione sopra viste. D’altronde, il reato è tenuto apposta indeterminato, affinché sia incontrollabile il potere determinativo di polizia e di magistratura, pur se a dispetto del dettame giuridico di controllabilità legale d’esso (per di più sorto dalla consociazione legislativa neofasciorazzista Dini-Turco-Napolitano-Bossi-Fini-Maroni-Alfano).
E con esso L. D’Alessio, procuratore della repubblica nel distretto più giudiziariamente martoriato d’Italia (e forse del Vicino Oriente), ha perpetrato voluttuoso lo sfregio di Riace e del suo Bronzo: imparassero a non sfidare la prepotenza giuridica della quale comunque è funzionario.
2.1 Ma se era prevedibile lo sfregio, non lo era la beffa, più deturpante e sanguinante.
Impugnato dalla difesa di Lucano il suo arresto a domicilio davanti il “tribunale della libertà”, questo non lo revoca ma lo sostituisce. Come? Con l’obbligo di autopresentazione intermittente negli uffici di polizia, o altro? Niente affatto. Lo sostituisce vietando al cittadino residente e sindaco di Riace di dimorarvi. Cioè di amministrare i cittadini che lo hanno voluto, gli stranieri che ha ospitato, la comunione fra essi che ha conquistato, la opposizione alla separazione che ha ingaggiato, l’antirazzismo che ha praticato, l’insegnamento che ha emanato, l’esempio che ha dato.
Si potrebbe domandare:
ma se il tribunale avesse perseguito questo scopo, non sarebbe bastata la sospensione del sindaco dalla carica (sospensione penale, compatibile con quella amministrativa già disposta dal prefetto, e indipendente dalla sorte di questa)?
No, non sarebbe bastata alla estirpazione del seme, alla sterilizzazione della semina antirazzista. Il bando di Lucano dalla sua terra avrebbe ripudiato simbolicamente, ritualmente, la sua opera. Infamandola, per colmo della beffa, la compagna di Lucano, T. Lemlem, già obbligata a dimorare fuori Riace ove era arrestato Lucano, allontanatone questi, dovrà tornarvi..
Senonché
3. Il dr. D’Alessio, “gettata una bomba su Riace” (lo avrebbe ammesso o vantato?) ha filosofeggiato, spiegandosi, che “il fine non giustifica i mezzi”: iI fine di salvare dalla prostituzione stradale una immigrata non giustificava il favoreggiamento della sua permanenza (nel territorio dello Stato).
Ora a parte che, ditterio per ditterio, egli incarna un funzione ove per principio “il fine giustifica i mezzi”:
il fine della giustizia (fiat justitia: sia fatta giustizia) non solo nella iperbole (et pereat mundus: accada quel che accada) autorizza ogni orrore e disastro. Per legge e per prassi, la giustizia penale procede schiacciando (si sono viste all’opera, sub 1, l’una e l’altra..) ogni diritto personale e reale del perseguito, perfino consumando reati (di sequestro della persona, di violazione del suo domicilio, della sua corrispondenza e comunicazione, del suo avere, di suo maltrattamento, di lesione della sua mente e del suo corpo, di induzione al suicidio -una settantina all’anno- e cosi via). Reati che non punisce solo perché ha il “potere-dovere” di consumarli, perché “scriminati” (art 51 cp).
3.1 A parte ciò, si diceva, il detto del dr D’Alessio, in diritto, è gravemente errato, perché lì “il fine giustifica i mezzi”:
basti pensare che se taluno, al fine di difendersi da una offesa solo supposta e in fatto inesistente, si difenda offendendo, è giustificato, non è punibile. In forza del fine prefisso, appunto (art 59.4 cp).
O pensare che se taluno, commettendo un reato avesse un fine diverso da quello che lo costituisce (dolo specifico), è giustificato, non è punibile (perché solo agendo al fine voluto dalla legge lo sarebbe: art 43.1 cp).
Dunque il dr D’Alessio che filosofeggia, in diritto è in torto.
Tanto più deprecabilmente, rimproverabilmente, inaccettabilmente, se fosse in torto nella materia, di Riace, che ha osato maneggiare.
3.2 Ove l’art. 12 (del corpusneofasciorazzista D.L.vo 289/ 1998 sopra visto) impianta due cause di giustificazione del reato di “favoreggiamento della immigrazione”:
quella di cui all’art. 54 cod. pen, per cui, non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé od altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, pericolo da lui non volontariamente causato, né altrimenti evitabile, sempre che il fatto sia proporzionato al pericolo. La disposizione si commenta da sé, salvo precisare: che il pericolo che taluno si prostituisca è pericolo di danno grave alla persona, giacché è delitto contro la persona quello che abbia ad oggetto la prostituzione. Che esso, incombente sulla sposa del matrimonio celebrato da Lucano, non era altrimenti evitabile. Che il matrimonio “favoreggiatore” fu senz’altro proporzionato al pericolo.
E quella di cui allo stesso art 12, per cui non costituiscono reato le attività di soccorso e di assistenza umanitaria prestate in Italia nei confronti degli stranieri in condizioni di bisogno comunque presenti nel territorio dello Stato…… Anche questa “causa di esclusione del reato” si commenta da sé. Salvo precisare che sia il soccorso latamente inteso, sia la assistenza umanitaria, sono certo capaci di recepire contenutisticamente il bisogno, per la sposa, del matrimonio che la sottraesse alla prostituzione.
3.3 E comunque, si ricorda quanto sub 3.1, che se Lucano avesse supposto esistenti pur inesistenti condizioni delle cause di giustificazione, egli non sarebbe punibile.
Ebbene
4. Ignoravano il dr D’Alessio, i colleghi dell’ufficio gip e del tribunale, che per art 273 comma 2 procedura penale, risultando il fatto compiuto in presenza di una causa di giustificazione o di non punibilità, non era permesso arrestare Lucano?

Renzi l’autocrate: ipotesi di delitto (imperfetto)

Sommario: individuate le funzioni (pubbliche e) istituzionali assunte e accumulate e concentrate da Renzi (predetto) dacchè è divenuto segretario del Partito Democratico, si osserverà se il modo, della loro esplicazione, sia stato antigiuridico (anche penalisticamente), costituzionalmente difforme (“autocratico” anziché “democratico” e “fascista” ex XII disposizione transitoria e finale della Delib.ne Assemblea Costituente 22 dicembre 1947). E si concluderà in conseguenza. 

Eutanasìa ed eugenetica giudiziarie

La privazione giudiziaria dei diritti ‎civili della persona o di un insieme di persone, porta morte giuridica? E, questa porta morte fisica? E l’induzione delle due morti, attività “legale” di incriminazione e di condanna a pena anche perpetua, potrebbe definirsi “eutanasia”? Nel senso, letterale, di buona morte, tanto più perché giusta, conforme al jus, al diritto? Le risposte affermative andrebbero comunicate a coloro che combattono l’eutanasia in nome della “assolutezza del valore della vita”. Ma soltanto in relazione al trattamento medico del rifiuto di vivere, compreso quello, solo per estensione eutanasico, regolato col DAT (“Disposizioni Anticipate di Trattamento”) approvato l’altro ieri in Parlamento. Mentre essi non combattono, anzi approvano (ferventemente apprezzano) il trattamento giudiziario della voglia di vivere, l’eutanasia giudiziaria sopra detta. Costante per “morte civile”, quasi tale per morte fisica, giacchè morbilità mentale e fisica, mortalità “naturale”, suicidiarietà, da carcere, sono, per quantità, prossime a quelle di un conflitto bellico locale. Tanto più che, esse, costituiscono carattere e scopo, funzione, del “trattamento”. Ora. Poiché questa eutanasia, eliminatoria, avrebbe funzione risanatoria, purificatoria, dell’insieme sociale, della sua razza, potrebbe definirsi eugenetica (nell’anno 1920, Alfred Hoche, psichiatra, Karl Binding, giurista, nella Germania prenazista, evocarono e invocarono “eutanasia sociale”…)? La risposta affermativa, comunicata agli eutanasici giudiziari, potrebbe indurli a seriamente domandarsi in che cosa, il loro spirito, si differenzi da quello dei nazifascisti (eutanasici ed eugenetici archetipici e antonomasici).

8.12.16

“L’accozzaglia” …

L”accozzaglia” che ha respinto l’assalto alla Costituzione antifascista guidato dal capo del governo e del Partito “maggioritario” in Parlamento (cioè guidato dal capo di un. mostruoso “governo-parlamento”, forte di una “maggioranza”, per di più, provento di truffa elettorale perpetuata anche dopo che fu sfatata dalla Corte costituzionale ), “Renzi”, da costui così denominata, nella Costituzione è detta Popolo.
“Accozzaglia” fu detto, in altro luogo (settentrionalesardo), da un altro (una donna) politicante di quel Partito, lo schieramento che tentava di respingerne l’assalto al seggio sindacale; mentre negli Statuti era detto Popolo.
Appartiene allo stile del Partito Democratico e dei suoi esponenti (centrali o locali) appellare il Popolo (dissidente) “accozzaglia”?
Sì, a quanto pare.
Ma se così è, quella variante denominatoria del Popolo, in sé antigiuridica perché contraria alle suddette norme, antisociale perché contraria alla socializzazione d’esse, è solo segno estrinseco di una “politica” intrinsecamente “nemica del popolo”, smascherata mentre puntava a detronizzarlo. E a turlupinarlo, dandogli a credere che, la maggiore regressione sociopoliticogiuridicoistituzionale riuscita in Parlamento (dopo quella mussoliniana), fosse soave ed innocuo
“… superamento del bicameralismo paritario, … riduzione del numero dei parlamentari, … contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, … soppressione del CNEL, revisione del titolo V della parte II della Costituzione”
Dandoglielo a credere fraudolentemente, e ad un tempo cospirativamente, dopo l’avvento, all’alba di questo decennio, di una aggregazione politica appositamente cospirativa contro il Popolo.
Quel segno d’altronde, opportunamente interpretato, lo racconta senza residui.

13.10.16

Sulla “materia” sottoponibile alla “iniziativa delle leggi” governativa (è stato obbiettato, altrove, all’addebito, mosso al Governo, di illegittima iniziativa legislativa in materia costituzionale – quella che ha portato alla “riforma Boschi” –, che non sarebbe “scritto”, in Costituzione, che, la “materia”, possa, debba, essere soltanto “amministrativa”. La seguente è stata la risposta).

7.10.16

Il capo del Governo e del Partito Democratico, Renzi:
1. dopo avere preso “iniziativa legislativa” (art 71 cost)‎ in materia costituzionale, “iniziativa” spettante  al Governo, supremo organo  della pubblica amministrazione, non oltre la materia amministrativa: così usurpando potere politico (incivilmente ed anche penalmente: artt 287 cp,  come altrove diffusamente illustrato);
1.1.ed avere quindi conseguito, con stratagemmi (ir)regolamentari delle votazioni parlamentari  o con forzature  morali su rappresentanze indocili (così attentando contro la Costituzione, incivilmente ed anche penalmente:  artt 283 cp, come altrove diffusamente illustrato): la revisione del sistema (onnirappresentativo) bicamerale;  del sistema  (pluralistico)  Stato Regione Province;  del sistema di  economia programmata ( abolito il  Cnel);  del sistema di  agevolazione del popolo nell’ “iniziativa delle leggi” (art 71 cit: non più cinquantamila ma centocinquantamila elettori proponenti);   del sistema di vari altri istituti,  correlati,  della Costituzione;
1.2 e dopo aver fatto ciò valendosi di  una “maggioranza” parlamentare (fittizia- in effetti minoranza- per apposita “legge truffa” elettorale), elargita dal suo partito. Averlo fatto, cioè, in un  contesto  istituzionale dove il   partito è  del Governo, il Governo è del partito,  il loro capo è comune, e,  quindi,  è  polo degli   interessi in conflitto ( il Governo ha dovere di imparzialità, secondo l’ art 97 cost., il partito ha dovere di parzialità, addirittura  per definizione). Così come è polo della (possibile) corruzione reciproca del partito e del Governo ( incivilmente, ma anche penalmente, secondo artt. 318, 319 cp, se non sono altro che pubblici ufficiali ministri e segretari del Governo); mentre, egli, loro capo,  corromperebbe sé con sè.
Ebbene costui:
1.3 giunto alla fase, nel procedimento di revisione della Costituzione, del referendum popolare confermativo; fase che dà la parola al popolo quale supremo organo costituzionale sedente nei territori, affinché compia, ove creda, revisione delle deliberazioni assunte da sé  sedente in parlamento.
Giunto, cioè,  alla fase  nella quale Parlamento,  Presidente della Repubblica,  Governo non hanno potere di elocuzione o di interlocuzione, hanno dovere di tacere, quale modo del dovere della imparzialità (gravante anche i primi due), per non intaccare in alcun modo l’autonomia perfetta, la indipendenza completa,  sovrane, della deliberazione popolare.
1.4 Giunto a quella  fase, costui, dicevasi, ha ripreso   ad usurpare potere politico. E,  capo del  partito quale capo del Governo ( e viceversa),  dopo avere sottomesso il proprio  sovrano (il Popolo)  in  Parlamento, si è posto  a sottometterlo nei territori: scorrendoli “in armi” invadendoli ed occupandoli,  oltre che con ministri, segretari (e sostenitori  d’ogni genere e specie), con propagande fisse del Si contro il NO; per giunta, talmente personaliste  che “se vince il sì’ cambio mestiere” (avrebbe detto ultimamente).
1.5 Dove la estraneità, la alienità, del suddetto, ai sistemi istituzionali e politici evoluti nelle “moderne democrazie” non potrebbe essere maggiore e più sconcertante. Dove, rispetto ad essi, egli appare effettivamente quel che annunciò di essere  e che volle essere:  “rottamatore”.

“Regione Sarda” può dilapidare così le proprie “accise” ?

Da “CONSIGLIO REGIONALE DELLA SARDEGNA XV LEGISLATURA Mozione n. 4, a firme: DEDONI – PITTALIS – RUBIU – SOLINAS Christian – FENU – COSSA – CRISPONI – CAPPELLACCI – ZEDDA Alessandra – TUNIS – TOCCO – RANDAZZO – PERU – TEDDE – CHERCHI Oscar – FASOLINO – LOCCI – OPPI – PINNA Giuseppino – TATTI – ORRÙ – CARTA – TRUZZU (sul trasferimento della quota di accise spettante alla Regione ai sensi dell’articolo 8 dello Statuto speciale per la Sardegna, con richiesta di convocazione straordinaria del Consiglio ai sensi dei commi 2 e 3 dell’articolo 54 del Regolamento”: Cagliari, 27 marzo 2014)

“Polizia Sovversiva”

Cinque minuti di applausi, dei delegati al congresso nazionale del SAP (il sindacato autonomo di polizia), verso gli agenti condannati per omicidio “colposo” (nella realtà doloso, ma degradato intuitu personae, per il privilegio giudiziario istituzionalmente, oramai, riservato ai “servitori dello stato”), del diciottenne Federico Aldrovandi durante un “controllo”….

Partito Democratico anticostituzionale…

1. Il PD renziano (“ma anche”) berlusconiano (B.R., lo ha siglato sarcasticamente  Rino Formica), per una  sinergia che (d’altronde) ebbe fin dall’inizio, col  partito berlusconiano:
prima informale, allorchè  si astenne dal fermarlo,  all’ingresso  del recinto costituzionale,  quale aggregazione di forze neorazziste neofasciste neocleriste neoaffariste neoliberiste, neoscurantiste, eversiva dell’ordine costituzionale,  subito riconoscibile come tale (perdippiù, fermabile con un solo tocco,  una leggina  sul “conflitto di interessi”); o allorché, invaso e occupato quel recinto da quel partito, si astenne  da ogni opposizione (istituzionale o sociale);
poi formale (la sinergia), allorchè dette  maggioranza parlamentare al Governo Monti, maggioranza parlamentare  e presenza ministeriale al Governo Letta, altrettanto al Governo Renzi, con l’aggiunta della  segreteria del partito e di intese  extraistituzionali orditrici di quelle istituzionali (cosìcchè, ovviamente, il PD, insieme all’indotto  sociopoliticogiuridico, della sinergia, ha condiviso pienamente i tratti culturali, di quella aggregazione: basti ad esempio la neorazzista  legge “Turco-Napolitano” sulla “immigrazione”);

Politica dell’ultima elezione regionale

1. Se una metà (circa) dell’elettorato si è astenuta dalla elezione (del Consiglio Regionale, del Presidente della Regione e, per suo tramite, della Giunta Regionale), se ciò significasse indifferenza ad essa (o rimessione, di quella metà, all’atto elettivo dell’altra metà), od ostilità ad essa (passiva, in attesa della manifestazione di una essenza politica ritenuta negativa, o attiva, per contrapposizione, strategica, dell’“astensionismo” all’“elezionismo”), ciò, comunque, implica dimezzamento della rappresentanza della popolazione nel potere legislativo e amministrativo regionale.

Il commiato, con l’avvocatura, dalla giustizia civile statale è urgente e possibile (3)

3. Segno di ciò è lo sfaldamento della sua forma di Stato “capitalistico-liberale” (“borghese”), basata sulla separazione funzionale, sotto la legge, di organi quali il Governo,  il Parlamento,  la Magistratura,  l’ Avvocatura (benché la Costituzione la preveda indirettamente,  richiamandola in varie norme, direttamente prevedendo la Magistratura, che tuttavia non potrebbe amministrare giustizia civile senz’essa, unica  detentrice  del potere di adirla, del potere “di azione civile”).

Il potere normativo del popolo sardo

Per Statuto, il  Popolo Sardo esercita il potere politico in due modi:
uno indiretto, con la elezione al Consiglio alla Presidenza  (più indirettamente) alla Giunta, regionali, dei propri rappresentanti, a fine di normazione primaria e secondaria;
uno diretto, con il referendum, abrogativo d’essa o  consultivo su essa.
La netta prevalenza, storica, del primo modo, denota l’inorganizzazione politica, del popolo, per il secondo; ma anche, l’ incidenza di questa, in particolare, sulla  qualificazione della rappresentanza.
A causa di ciò, l’esercizio del potere  nel primo modo, ha generato, impoliticamente, una  rappresentanza  senza popolo che non le fosse  “cliente” (fase  della “politica clientelare” generale, con la subordinazione del rappresentato al rappresentante, la perversione di questo in senso autocratico).
In seguito, ha generato, antipoliticamente, una  rappresentanza  contro il popolo (fase della “politica clientelare” particolare,  del privilegio, del  ritualismo del rappresentante, della sua degenerazione  in senso autoritario).
Il disastro socioeticoeconomicopolitico, causato da questo modo dell’esercizio del potere, è  visibile,  non c’è parte di popolo che non sia  in pena.
E’ Partito per la conservazione,  della “politica clientelare”  autocratica e autoritaria, quello che non lo colga, o che, coltolo, non reagisca.
La  reazione ad essa  si incammina mobilitando il secondo  modo ( che lo Statuto, d’altronde,  ha voluto  sinergico col  primo),  quello (dell’esercizio del potere)  diretto, referendario.
Il suo  campo d’azione,  d’altronde,  è  quello del primo:
ogni “materia”,  suscettibile  di decisione o di “consultazione” consiliari o giuntali,  è suscettibile di decisione o di consultazione referendarie (Regione Sardegna,  anche a seguito della riforma del Titolo V della Parte II della Costituzione della Repubblica,  ne ha innumerevoli, tutte da inseminare  giuridicamente).
Lo è anche la materia statutaria,  perfino lì dove  limita,  la decisione referendaria,   alla funzione  abrogativa (della norma regionale) :
essa sarebbe  conducibile  al (la ammissione del) referendum propositivo ( che norma  dettare, oltre che norma abrogare), alla equiparazione funzionale della decisione referendaria a quella consiliare o giuntale.
La  mobilitazione del secondo modo (dell’esercizio del potere), pervenendo alla  organizzazione politica, del popolo,  verrebbe ad incidere  sul primo modo (in particolare sulla qualificazione  della rappresentanza), e, per conseguenza, al (l ’avvio del) superamento delle due fasi – dell’autocratismo e  dell’autoritarismo- della “politica clientelare”,  della pena  del popolo.
E’ Partito per la trasformazione quello che lo colga ed agisca in conseguenza.

Salvini e la “legittima difesa”: apologia di delitto e istigazione ad esso

La “legittima difesa” (art 52 cod pen) e’ una “circostanza di esclusione della pena” del reato (art 59.1 cod pen). Dunque essa suppone un reato. Lo suppone immancabilmente, altrimenti non svolgerebbe il compito, di escludere la pena.
Nel caso di difesa di un diritto (personale o patrimoniale) mediante omicidio del ladro del rapinatore o altro, essa è circostanza del (sta attorno al) reato di omicidio volontario (art 575 cod pen), e di esso (eventualmente) esclude la pena.
Per cui chi agisca in difesa, pur se questa fosse legittima, è (tecnicamente) omicida.
E’ autore di omicidio volontario ad ogni effetto. E anzitutto ad effetto processuale, nel senso che non potrebbe non essere indagato e processato per reato di omicidio. E solo in processo potrebbe (eventualmente) essere dichiarato non punibile (quindi non si vede come potrebbe essere abolito il processo, all’omicida per difesa, sebbene la cerchia “legeferente” del sumenzionato lo pretenda).
Non punibile ma restando, comunque, indelebilmente, omicida volontario (la “circostanza di esclusione della pena”, di fatti, giustifica, non eclude, l’omicidio).
Per ciò chi libera la difesa dai limiti di proporzione tra difesa e offesa cui si reagisca, dai limiti di necessità della prima per fermare o ridurre la seconda, etc ( art 52 cod pen), libera l’omicidio. E quanto più la libera, tanto piu’ libera l’omicidio. Totalmente, se la libera dal processo.
Quindi, chi esalta la “legittima difesa” (la difesa e basta, come pretende) esalta l’omicidio. E, secondo legge, fa apologia di delitto (di omicidio volontario): art. 414. co. 3 cod pen; e istigazione a commetterlo (ivi co. 1).
Ciò posto, qui si enuncia che un ministro funzionalmente garante della legge e dell’ordine, della prevenzione del delitto, dell’integrità del corpo sociale, inneggiando (con le sue schiere sociali od elettorali) alla “legittima difesa”, fa pubblica apologia di delitto e istigazione a questo.
Ed inoltre, ministro garante (direttamente o indirettamente) della “certezza della pena”, istiga a commettere omicidio assicurando impunità. E senza processo.
Molto dissona.

La liberazione dal Burka..

Sofia non indossa coprivolto, copriocchi, copricapo, ne’  sottana fino ai piedi, e va in giro sola, senza accompagnatore maschile. Ed in tale condizione personale, differente da ogni altra del genere femminile, ha conseguito  la cittadinanza honoris causa, nel reame più feminofobo del globo, nella Arabia saudita.
Ma e’ un robot.
Pur se  potrebbe essere devastantamente, per quella clausura peninsulare   dell’umanita’, profetico…
P.Diaz

 

Mariano el pìcaro (popolano furbo e privo di scrupoli, avventuriero che vive di espedienti)

Che il supertifoso (si dice ) del Real Madrid  ambisse a sfondare,  dopo  quella avversaria dei campi da gioco,  la rete dei diritti dei poteri  delle prerogative delle funzioni delle istituzioni,  dell’avversario politico, oltre che dedursi dalle sue ascendenze culturali (il franchismo monarchico), avrebbe potuto indursi da quanto perpetrò il suo Partido Popular (una sorta di “diccì” fieramente impregnata di politicastri e di politicume) addì 21 gennaio 2015, quando, al riparo delle  mura del Parlamento madrileno, a maggioranza  fornibile  da sé stesso e a spregio della opposizione di ogni altro partito (di centro e di  sinistra),  reintrodusse nel codigo penal (benchè  sedato qualche anno prima da una riforma “postfranchista” ) , la “cadena perpetua”  (così è detto l’arnese che,  nel lontano – e vicino – 1823-1848,  fu, per la prima volta,  stretto alla caviglia del condannato all’ergastolo, e vi restò  fino al decesso del “Generale Franco” – che,  invero, antecipato  di qualche anno dal  “Generale De Rivera”,  all’ergastolo  aveva assegnato una “misura alternativa”:  la pena di morte ), fino al  1975 e all’avvento, poco dopo,  della Constitucion  (che lo aboliva   implicitamente disponendo,  all’art 25.2, reeducatiòn y reinsercion social del condannato).

Della(s)loggia

“L’intellettuale” del Corriere elucubra sullo jus soli (acquisizione, dallo straniero,  del diritto  del luogo ove nasca):
“non esiste diritto naturale ad essere cittadini di uno Stato”.
Ma se il suolo e’ natura e naturale e’ il diritto che vi  attecchisca,   e’ naturale il diritto di chi vi nasca ad acquisirlo‎..
P.Diaz

“Disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario” e “la riduzione del numero dei parlamentari”

Il “… superamento del bicameralismo paritario” (fine della legge “Boschi” di revisione della Costituzione, affisso al titolo) significa raggiungimento del bicameralismo disparitario?
In logica, si.
“Paritario”, sebbene sia ( o forse perché è) plurivoco, ha rimpiazzato l’univoco “perfetto” (usuale nella letteratura della materia, e appartenuto alla prima propaganda governativa). E comunque, apposto all’oggetto del superamento, rende l’inverso, “disparitario”, più esplicativo, e veridico, di quanto farebbe l’inverso di “perfetto” (“imperfetto”).
Giacché il bicameralismo che persegue è talmente “disparitario”, di una Camera dall’altra, da annunciare monocameralismo (occulto).
Di fatti.
1.L’una Camera (dei deputati) è elettiva, i suoi membri emanano dal corpo elettorale nazionale (primo organo della sovranità del popolo intero), e sono eletti per la legislazione nazionale (d’ogni ordine e grado) e per molto altro (vd nel seguito di questa parte).
L’altra Camera (dei senatori) non è elettiva, i suoi membri non emanano dal corpo elettorale nazionale (né locale), ma da corpi politici regionali, e sono eletti per la legislazione regionale (per la promozione della Giunta regionale alla Amministrazione locale, e per molto altro). E tuttavia, generano senatori (settantaquattro), per automòrfosi (modificazione della forma per fattori interni), fra essi, e, per xenomòrfosi (…per fattori esterni), fra i sindaci (ventuno) dei corpi politici comunali delle varie Regioni.
Infine, altri cinque senatori emanano da un organismo unipersonale, il Presidente della Repubblica, solo indirettamente (attraverso il Parlamento) sorgente dal corpo elettorale (così da essere rappresentativo, esclusivamente, -non del Popolo ma – del “l’unità nazionale” : art 87.1 cost. vigente).
1.1 Essa è, quindi, completamente inelettiva.
Lo è nonostante l’ “emendamento Finocchiaro” all’ art 2, per il quale “la durata del mandato dei senatori coincide con quella degli organi delle istituzioni territoriali dai quali sono stati eletti, in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi”. Di fatti, sia pure contro l’intenzione, esso appunta recisamente “le scelte espresse dagli elettori” sui “candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi”. Cioè le appunta sulle attribuzioni dei consiglieri regionali e le situa nel rinnovo dei Consigli. Cioè dichiara, anche letteralmente, che le attribuzioni senatoriali sorgono (per automòrfosi e xenomòrfosi, come qui è detto) dalle attribuzioni consiliari; e le stacca nettamente dalle scelte del corpo elettorale regionale, che finalizza rigorosamente alla formazione dei Consigli regionali.
Per cui mai, quelle “scelte”, potrebbero avere ad oggetto senatori.
2. Ora se, per inelettività, sono dette “nomine” (art 59.2 cost..) gli attributi senatoriali dati dal Presidente della Repubblica, nomine (l’opposto di “elezioni”) non potrebbero non dirsi, per inelettività, quelli dati dai Consigli regionali (checchè ne dica, inveridicamente quanto capziosamente, l”emendamento” suddetto: ”… coincide con quella degli organi delle istituzioni territoriali dai quali sono stati eletti…”).
Anzi, a ben vedere, queste nomine (a differenza di quelle, che fanno senatore chi non abbia altro attributo istituzionale) aggiungono gli attributi di senatori a quelli di consiglieri regionali e di sindaci.
Attributi, si intende, di attribuzioni (i.e. prerogative statiche o dinamiche, giuridicamente fondate, delle istituzioni) dei rispettivi corpi politici, delle quali, le senatoriali:
– non appartengono ai Consigli regionali, che, per ciò, non potrebbero darle;
-non potrebbero ad essi appartenere, perché attribuzioni di un corpo politico nazionale (e superiore);
-non potrebbero essere commiste alle loro, perché incompatibili (conflittuali):
si pensi alla commistione della legislazione nazionale (sia ordinaria, benché minima nella Revisione “Boschi”, che costituzionale) alla legislazione regionale: nei consiglieri-senatori. O alla commistione fra la legislazione nazionale e la Amministrazione locale (per di più subordinata, e separata dalla “divisione dei poteri”): nei sindaci- senatori;
-non potrebbero inibirsi per esse, né inibirle:
di fatti, alla incompatibilità “qualitativa”, su cennata, si unisce la incompatibilità “quantitativa”, che sta nella inesercitabilità delle due attribuzioni contemporaneamente, tanta da indurle (manifestamente) a defunzione;
– (e soprattutto) non potrebbero sorgere se non dal corpo elettorale nazionale, esprimente sovranità popolare al loro livello (allo stesso livello istituzionale, tuttavia, può ritenersi esordiscano gli attributi senatoriali giungenti dal Presidente della Repubblica).
3. In conclusione, la produzione senatoriale (per auto-.xeno mòrfosi) dei consiglieri e dei sindaci regionali, inscena esseri mostranti il vizio genetico, informi, penitenti della aberrazione giuspolitica della sottrazione, al corpo elettorale nazionale, della loro formazione, incapaci di vita propria, e la cui caducità, d’altronde, è scritta a chiare lettere:
– nell’art. 2: “ la durata del mandato dei senatori coincide con quella delle istituzioni territoriali dai quali sono stati eletti”
-. nel (corrispondente) art 7 “il senato della repubblica prende atto della cessazione della carica regionale o locale e della conseguente decadenza da senatore”.
In altre parole:
– il Senato della Repubblica è un Consiglio interregionale morente di inanità esistenziale e funzionale;
– Camera la più “disparitaria”, è Cameriera dell’altra (la loro è “bicamerale” per compassione, o per menzogna).
4. E così, le “disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario”, mettono in luce il senso, già oscuro, di quelle per “la riduzione del numero dei parlamentari”: in effetti, per l’ amputazione surrettizia della metà del Parlamento.
Segue